IL GIOCO DELLA SABBIA (Sand Play Therapy) da Gennaio 2018

Giocare con le mani nella sabbia

Giocare con la sabbia è una delle attività più semplici e più facili da praticare. Chi di noi, da bambino, non ha sperimentato la gioia della libertà d’espressione, su di un arenile al mare, con o senza secchielli e palette, scavando con le nude manine e costruendo (talvolta con l’aiuto dei grandi) imponenti castelli di sabbia?

Liberi di creare e di stupirsi dei propri precari artefatti, che venivano spazzati via da una mareggiata, o da un’altra manina dispettosa o semplicemente da noi stessi, distruggendo, per tornare a ricostruire ancora.. E i tanti cuori disegnati sulla sabbia, all’alba dei nostri primi teneri quanto fragili amori… e via via rimembrando.

Fin qui era l’istinto che ci guidava. In realtà la Sand play Therapy (letteralmente il giocare con la sabbia come terapia) è più complessa e come tutti i giochi (soprattutto quelli a scopo terapeutico) ha in sé delle regole ben precise, ed una sua storia, che affonda le radici negli anni ’50 del secolo scorso, quando Dora Kalff, un’allieva di Carl Gustav Jung, la ideò, sperimentandola, per la prima volta, in Svizzera e, successivamente, nel resto d’Europa (compresa l’Italia).

Dopo un periodo di permanenza a Londra, dove si era recata per apprendere il metodo di diagnosi di i Margaret Lowenfeld, studiosa Inglese di Psicologia dell’infanzia, Dora mise in relazione, il gioco con la sabbia e la possibilità straordinaria che questa offriva all’inconscio, di parlare attraverso le mani.  La sabbia affida alle mani il compito di esprimere tutto il potenziale presente nell’inconscio del bambino, la sua capacità creativa, le sue contraddizioni e persino esprimere i propri dolori, seguiti a traumi di varia natura.  Innumerevoli forme si potevano creare e disfare, qui ed ora, permettendo di esprimere l’inesprimibile, attraverso le mani, piuttosto che con le parole, regalando così una concreta possibilità di superamento del problema e la conseguente guarigione.

Per dirla con il Dott. C.G. Jung: “Spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente”.

In buona sostanza, la Sand play therapy rende bene il senso della relazione che intercorre tra il manipolare un elemento archetipico, come la Madre Terra e il “tirar fuori” ciò che alberga nel profondo dell’animo umano, ovvero della psiche.  Tale metodo ludico-terapeutico bene esprime la teoria junghiana della Psicologia analitica, cioè della Psicologia del profondo.

La Sand Play therapy, che inizialmente nasce come pratica psicoterapeutica infantile, presto rivela la sua straordinaria efficacia anche nel lavoro terapeutico con gli adulti: la dimensione ludica non conosce limitazioni di età e di sesso; soprattutto si rivela efficacissimo mezzo che aiuta ad esprimere ciò che, per svariate ragioni, si ha difficoltà a verbalizzare.

Tecnicamente, il setting terapeutico non necessita di uno sconfinato arenile, ma di una stanza attrezzata allo scopo e di una sabbiera con il fondo bludi dimensioni stabilite poggiata su di un adeguato tavolo di lavoro. Nella stanza, normalmente, vi sono una o più pareti attrezzate con scaffalature, nelle quali poggiare miniature di oggetti di svariata tipologia, atti a permettere la costruzione di qualsiasi scenario, da parte del bambino/adulto/ paziente.

Il senso del “limite”, conferito dalla sabbiera, è fondamentale per l’aspetto terapeutico-riabilitativo, poiché aiuta a stabilire i confini dell’azione e a definire lo spazio: la sabbiera accoglie e contiene allo stesso tempo: entrambe sono condizioni indispensabili per il processo di guarigione e di crescita. Dentro la sabbiera possono essere rappresentati ed “assemblati” pezzi di vissuto scissi tra loro.